Entrano nel bar.
Candido: “Caffè? Qui alla Tazza d’oro è particolare.”
Cunegonda: “Orzo in tazza grande. Non macchiato. Zucchero di canna”
Candido, rivolto al barista: “Un caffè e un orzo. In tazza grande” Si volge verso di lei, “In tazza grande”.
Cunegonda: “In tazza grande si. Perché?”
Candido: “Qual è una tazza grande?”
Cunegonda: “Una tazza più grande di quella da caffè”
Candido: “Come la cancelliera del Tribunale …”
Cunegonda: “Che c’entra la cancelliera?”
Candido: “Ha perso la distinzione tra destra e sinistra. Per individuare la destra ora deve pensare a qual è la mano con cui scrive. Come da bambini. Il neurologo le ha detto che succede. Credi si chiami sindrome di Gerstmann.”
Cunegonda: “Cosa c’entra col mio orzo?” mentre lo fissa vagamente nervosa.
Candido: mentre afferra la tazzina di caffè dal lato opposto a quello col manico, “Così”.
Cunegonda: “Hai problemi con le tazze grandi?”
Candido “No. E’ che succede. Così, all’improvviso. Proprio come ha sentenziato il neurologo. Un clic a un certo punto salta, e non c’è un perchè. Salta. E con questo salta un intero “verso” della vita, un orientamento. Quante “destra e sinistra” sono saltate … Senza che me ne sia accorto. Solo perché non così strettamente vitali” conclude riponendo la tazzina sul banco. Non sul piattino. “Solo perchè succede”
Cunegonda: “Ma si. Avanti con il tuo oracolo”.
Candido “Non c’è oracolo. No. Ma è così … E’ illuminante prendere consapevolezza che per le emozioni, così come per lo spazio, non abbiamo più il verso ooriginale e che, negli anni, siamo costretti a ricorrere ad un altro criterio per riaverlo a disposizione. Per muoversi ancora. Proprio come pensare alla mano con cui scrivi per ritrovare la destra.”
Cunegonda: “Di fronte a queste tue uscite invece io ho sempre lo stesso stupefatto rincrescimento”
Candido: “E’ come nei momenti prima di addormentarsi, quando tante immagini riaffiorano alla coscienza, come visioni sconnesse, eppure profondamente mie, perfettamente riconoscibili, che non fanno altro che confermarmi quello che ho sempre sentito ovvero che al termine del processo di scomparsa degli orientamenti si vive per relazione. In un universo verosimile. E non più vero”
Cunegonda: “Amen”.
Candido, al cameriere “Mi scusi. Niente caffè. Una monachella per favore”
Bevono in silenzio.

Donna che corre nel vento: “I tuoi anni settanta comincio a non capirli più! A che serve tutto questo rivangare roba di quaranta anni fa” mentre prende il casco dal bauletto del motorino.
Immortale: “Non so. Le immagini, le cose, le persone, le canzoni tornano su da sole, con un profumo, una luce attraverso una vetrina colorata, un’ora del giorno”. La fissa drammatico
Donna che corre nel vento: “Già”, indossando il casco.
Immortale: “E’ come se questo continuo ricapitolare abbia un senso, a me oscuro, ancora sconosciuto, l’impressione di sgomitolare tutto … In attesa.”
Donna che corre nel vento: “Di che?”
Immortale: “Di non sentire un interlocutore specifico per ogni persona che incontro, di non avere più la sensazione che questa sia la perfetta imitazione della mia vita. Della libertà. Forse è vero che l’anima prima di nascere sceglie tutto, il corpo, i genitori, il luogo di nascita, il suo scopo sulla terra e poi dimentica. come sosteneva Platone. E’ forse il daimon che ci ricorda quella antica scelta prenatale, imponendoci scelte e direzioni che la nostra ragione non comprende ma cui deve piegarsi. Sempre.”
Donna che corre nel vento “Di la verità queste tue nuove forme di “pippe” mirano al solo scopo di farmi sentire cretina. Perchè?”. Accende il motorino.
Immortale: “Ma perchè. E’ così semplice … Borges cita Bacon nell’Aleph “Salomon saith: There is no new thing upon the earth. So that as Plato had an imagination, that all knowledge was but remembrance; so Salomon giveth his sentence, that all novelty is but oblivion. Francis Bacon: Essays, LVIII … Abbiamo un daimon, un genius che guida la nostra vita e che ci ricorda chi siamo e cosa dobbiamo fare, in vita. E’ con lui che dobbiamo tornare in contatto.” Estrae le chiavi di casa dalla giacca.
Donna che corre nel vento: “E da questo vaso alchemico che genius salta fuori?”
Immortale: “Chiede l’acqua del mare, il sole, il vento, il fuoco notturno. I misteri e i segni di Dio nel mondo, la musica, le parole, le immagini degli artisti. Il vino rosso, gli sconosciuti, i miei racconti e le risate degli altri. L’abbraccio di una sola donna e il suo “messaggio dall’Imperatore” per me.
Donna che corre nel vento: “Che gusti?”
Immortale: “Cocomero, pesca e gelso. Poca panna. Al Pianeta del gelato please”

Donna che corre nel vento: “Mancano CIF, Alcool, cartine per le zanzare e latte” [mentre sorregge la busta della spesa aperta]
Immortale: “Lo so” [Le volge le spalle]
Donna che corre nel vento: “Che risposta è “Lo so”.
Immortale: “Significa: “Sono consapevole del mancato acquisto di CIF, alcool, cartine e latte”.
Donna che corre nel vento: “Credo sia tempo di scelte sai?”
Immortale: “E’ sempre tempo di scelte”.
Donna che corre nel vento: “Senza di me forse … Io non voglio stare con un enigmista che parla a sciarade”.
Immortale: “E’ che le cose cambiano. Credevo che il salotto fosse deserto, con odore di fumo e col pavimento cosparso solo di tovagliolini multicolori, la biblioteca piena di bicchierini di plastica con dentro la frutta della sangria, le cicche infilate nei bignè del profiteroles avanzato, e la tovaglia di carta imbevuta di Moscato … Perchè la gente si ostina a bere Champagne coi dolci e non il Moscato …?”
Donna che corre nel vento: “Oddio mio no … “ [Si mette a rassettare la cucina. Apre e chiude il frigorifero riponendo cibi e bevande]
Immortale: “Aveva ragione Sandor Marai” [Incede verso al finestra della cucina] I desideri, i tuoi, quelli di sempre, non svaniscono. Non si esaudiscono e non si rimuovono. Vivono nel corpo. Mutano. Assumono nuovo colore, consistenza, odore. Mentre tenti di guardarli, mentre il tuo dialogo interiore scorre silenzioso come un mantra infinito, scopri che sono ancora lì, nel tuo stomaco, nei movimenti delle dita e degli occhi, nell’impaccio di un dialogo, nella fissità dello sguardo, nei riflessi immediati, goffi, da burattino. Sono la noia per le inflessioni della voce, per i tropismi insani, per le porte continuamente lasciate aperte ai demoni di ogni razza. I desideri sono diventati una massa vischiosa che di notte brilla, come materia radioattiva. Un coro greco che accusa continuamente il personaggio della tragedia e testimonia agli dei la sua tracotanza. Invece di estinguerli scopri di averli rafforzati perchè ora sono un altro te che ti fronteggia continuamente, che ti osserva e ti giudica, con armi ben più taglienti di ogni tuo più implacabile giudizio. E ognuno dei due si reclama vuoto, come tutti i giorni della tua vita …”
Donna che corre nel vento: “E’ per questo che al supermercato compri solo cioccolata … vino … ciliegie … libri del Dalai Lama … pile e cacciaviti”.
Immortale: “Non so. Di sicuro vado lì a guardare il culo alle donne”.
EXEUNT

Enteogenesi a due ruote

26 Dicembre 2009 | | 2 Commenti

“Zoppichi e sei pieno di dolori”
“E’ vero”
“Non credi sia ora di comprarti una macchina?”
“Non ci riesco”
“Che vuol dire non ci riesco?”
“Non riesco.Vorrei, Ma non … non mi va. Non posso … Credo …”
“Io non capisco. Non ti capisco.”
“Non so. Potrei dirti che è comodo, che non sopporto quelle file interminabili, gli sguardi minacciosi, le ore alla ricerca del posto, la macchina come decadente “casetta”, arredata, all’interno, con oggettini che dovrebbero esprimere la mia personalità, in un pulsare di ricordi e avventure passate, e, comunque, sempre col pacchetto di preservativi nel cassettino del cruscotto.
Ma in realtà credo di non riuscire a sottrarmi a quella dimensione sciamanica che mi accoglie ogni volta che salgo sulla moto. Parte tutto dal freddo, dai brividi che mi prendono quando metto i piedi sul pianale e comincio a viaggiare in città, a fine giornata, di notte, o sotto la pioggia. Quei brividi di freddo lentamente traggono linfa dall’inconscio, dal mosto acido dove mi fermenta contnuamente una cupa ansia, dello stesso colore del cielo che in quel momento c’è su Roma. Così riemerge un io dimenticato, quello che durante le lezioni di greco, a scuola, faceva decine di barchette di carta, e che smetteva solo quando la professoressa spazientita, interrompeva la lezione e chiedeva “Ma tutte uguali le fai?”. Poi ci sono le luci, le facce di quelli che gesticolano come matti ottocenteschi mentre parlano al vivavoce, i fumatori assorti nell’abitacolo, quelli che hanno fretta e ti sorpassano, con virile sicurezza, perchè non hanno tempo da perdere. Poi le ragazze, quelle belle, oppure le gessiche parruccate. E in breve comincio a cantare. Sono canzoni senza senso, inventate, a volte su una melodia conosciuta, a volte su standard melodici anni settanta. Qualcosa tipo Baglioni o Venditti. Sono canzoni oscene, coprolaliche nelle quali le storie nascono a servizio della rima, usando parole sparse nell’inconscio, cognomi di colleghi, amici di parenti, urlate sui rettifili liberi o a mezza voce nel traffico paralizzato. Sono liriche da sindrome di Tourette che cantano soprattutto di donne, ex fidanzate le cui peripezie melodiche terminano immancabilmente con l’Illuminazione che sopraggiunge loro a seguito di un rapporto anale finale indesiderato, ma proprio per questo liberatorio, riparatorio, esemplare, gratificante.”
“Ma che stai dicendo?”
“Io non so spiegartelo, ma dopo sto meglio. E’ un po’ come per quei souvenir delle bancarelle, quelle sfere di cristallo che, agitate, fanno nevicare su San Pietro. Il freddo agita la neve della mia testa e anche io divento un Colosseo sul quale ricadono fiocchi fatti di vecchi dialoghi, di problemi di lavoro, di televendite, di cognomi di politici stranieri, e fidanzate.
“Tu stai male …”
“Si credo di si. Però … Ecco… Dopo aver cantato, a volte sento che la morsa allo stomaco si allenta un po’. E allora mi sembra divertente osservare le persone con affetto, fissarle amichevolmente per vedere se, a un semaforo rosso, c’è modo di ridere insieme, di scambiare una battuta, di smadonnare solidali contro una pioggerellina fastidiosa che ti inzuppa da ore … Non so. Credo di andare ancora in motorino perchè è l’ultimo luogo mentale dove mi sembra ancora possibile raccontare agli altri La Grande Bugia. Quella storia in cui io non sarà mai afferrato dal ghiaccio della vecchiaia, e che il mio sorriso arrogante nei confronti della maturità non si spegnerà mai e che da vecchio vivrò su una barca in primavera e d’inverno in montagna, arrampicando montagne che non conosco o in India alla ricerca dell’Illuminazione, con fedeli libri come amici, oppure diventerò un cacciatore di misteri, un cabalista alla ricerca dei segni di Dio sparsi sulla Terra …”.
“Vado a casa. Sono stanca.”
“Vuoi un passaggio?”

Hasta la Mamma! Siempre!

20 Novembre 2009 | | 1 Commento

A Massimo voglio bene. Siamo stati in classe insieme per quindici anni. Se l’Io ha una consistenza la si percepisce solo quando si rivede questo genere di amici. Decidiamo di andare a mangiare una pizza insieme. Appuntamento alle otto e mezzo davanti a scuola, al Mamiani. Arrivo in ritardo e vedo il liceo illuminato. Mi piazzo davanti a Ciccio (che nel frattempo i pischelli afflosciati hanno ribattezzato Max …) e aspetto. Non vedendo Massimo gli mando un messaggio per dirgli che sono davanti al chiosco. Dopo pochi minuti arriva con una moto enorme. Lui che non ha mai avuto il motorino. Dice che mi stava aspettando davanti all’entrata, stranamente trafficata a quell’ora di sera. Pacche, risate e battute. Poi sopraggiunge una tipa. Coetanea, bicicletta nuova di pacca, scarpetta nabuccata, pantaloncini marrone fashion, giacchettina di pelle, collo alto color crema, capelletto parruccato, un filo di perle. Si rivolge a Massimo.
“Mi scusi ma lei è un genitore?”
“Di chi scusi? Cioè si sono un genitore ma non ho figli qui …”
“No sa è che il Mamiani è occupato e noi Genitori ci siamo organizzati per controllare … e siccome l’avevo vista indugiare a lungo davanti all’entrata”
“Guardi stia tranquilla non sono pericoloso ..” dice Massimo troppo educato, come sempre nella sua vita.
Vedo l’ebete che va via pedalando, ora rassicurata da Massimo. La sua bambina potrà fare la ninna tranquilla in palestra avvolta nel suo sacco a pelo di cachemeare, e fare, come già da qualche anno del suo seder una gioiosa macchina da guerra. Il corpo del suo bambino simpsoniano non sarà fatto a pezzi, da dare in pasto agli avvoltoi, da un gruppo di laziali avvelenati.
Penso tra me e me che stia per arrivare ferro e fuoco e che non sia un caso che le quotazioni dell’oro siano shizzate ai massimi
“Pizza da Giacomelli?”
“Ca va sans dire!”

Entra nell’ufficio postale con passo lento, il viso sereno. Senza impaccio, prende il biglietto per la fila, estrae una penna, di quelle col cappuccio ed il refil che esce ruotando la punta, e si avvicina al banco. Indossa pantaloni di panno nero, leggermente più corti del dovuto, una camicia bianca ben stirata, polacchine  di nabuk scure allacciate, calze nere e una giacca di fustagno grigia. Abiti semplici, da pochi euro, comprati chissà dove, ma lindi, stirati. Belli. Sembrano solo ed unicamente suoi. Estrae dal taschino  occhiali da presbite, con  una montatura essenziale, di tartaruga, come non se ne fanno più e prende a compilare il suo modulo con calma, accompagnando la scrittura con frasi silenziose, pronunciate solo con le labbra. I capelli sono radi, bianchi, ma ben curati, certamente accuditi quotidianamente dal suo barbiere di quartiere, lo stesso da tanti anni, quello col segnale rotante fuori della bottega. Alla mano sinistra due fedi, la sua e quella di una moglie che non c’è più. Si accomoda sulla sedia accanto alla mia, e con una calligrafia in stampatello fluida, semplice e chiara continua a compilare il bollettino senza esitazioni. Ora, attende il suo turno sprofondando gli occhi sulle pagine del quotidiano gratuito di cui ha preso una copia all’entrata. Segue, a tratti, lo scandire dei numeri di chiamata sul cartello elettronico (sfilando gli occhiali ed aggrottando le sopracciglia) che a cadenze regolari segnala con un suono sinistro la progressione della coda. Poi, prontamente, arrivato il suo turno salta in piedi e con un sorriso saluta l’impiegata. Porge il bollettino e di fronte ad una perplessità dell’impiegata spiega con calma la correttezza di tutto. L’impiegata sorride rapita da tanta calma e sicurezza, annuisce e si scusa per aver avanzato dubbi sull’operazione da lui richiesta. Conclusa l’operazione, estrae un portafoglio vecchio di mille anni, scuro e pieno di carte, nel quale ripone le ricevute, saluta l’impiegata, un vicino di coda ed  esce piano con l’andatura faticosa e segnata da mille acciacchi, ma bella, fiera, sua, quella che prescinde il tempo e sfida il Tempo.
Lo vedo uscire dall’ufficio. Penso a Monica. A quando le dissi che a settanta anni avrei cominciato a bucarmi. Non l’ho più vista.

Okaike Onegaishimas

20 Gennaio 2009 | | 1 Commento

Roma, ore 21:00. Zona Prati. Al semaforo rosso si ferma Quarantenne intirizzito con supplì nel bauletto del motorino. Sopraggiunge Giovane Fighetta carina anch’essa in motorino con radio che trasmette i pearl jam.

Q.: "Vengo a casa con te"

G.F.: "Che guardi ?"

Q: "Cucino la carbonara oppure una Scapece"

G.F. "Non mi rompere i coglioni".

Q: "Sei sola"

G.F. "Sono sola si e allora? Sono sola e incazzata e quindi?"

Q: "Nulla … Non importa"

G.F. "Va bene cuciniamo"

Q: "Non mi va più. Forse hai le vocali aperte come le protagoniste di "Tre metri sopra il cielo".

G.F.: "Non voglio stare sola stasera, ho voglia di piangere. Mamma stasera esce con il fratello di un mio compagno di università".

Q: "No non mi va più"

G.F. "Ma io forse ti amo"

Q.: "I supplì si stanno freddando"

Verde

Q.: "Amo le tue torte bruciate!"

G.F.: "Mi piaci intirizzito!"

Q.: "Addio!"

G.F.: "Addio!"

Q.: "Volevo dirti che l’ansia è come un orgasmo. Basta lasciarla crescere piano. Esplodere. E poi per un bel pezzo non torna più …".

Everything’s Zen

11 Dicembre 2008 | | 1 Commento

Perchè la forma è vuoto e il vuoto è forma

Proprio sotto casa del papino di Obama succede questo:

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Il D’Annunzio che è in me torna da Parigi sempre con uno strano malessere. E’ il disagio che segue alle visite al Louvre, la frustrazione che mi deriva nel vedere quanti capolavori italiani arricchiscano il museo. Leonardo, Il Beato Angelico, Guido Reni … Le nozze di Cana del Veronese, la collezione Borghese di statue romane … Dio mio … Mi innervosisce anche un po’ l’arroganza con la quale il museo fu strappato nel 1792 al re e consegnato eternamente ad un astratto Popolo francese che in realtà è ora un enorme salsiccione di turisti semiscolarizzati, una massa informe di carne mista, proveniente da tutto il mondo, coi piedi che puzzano e che ha come scopo solo quello di farsi fotografare, con l’espressione di un tonno congelato, accanto alla Venere di Milo.
Torno a Roma, al mio sonnambulismo lucido per le vie del Salario della pausa pranzo e mi imbatto in Villa Albani che è sempre splendida, lussuosa e chiusa. Totalmente inaccessibile. La fece costruire il Cardinale Albani tra il 1746 e il 1764 su progetto di Carlo Marchionni ed era destinata, inizialmente, proprio a galleria d’arte. Il Cardinale Albani la riempi di capolavori. Ancora adesso nella Villa ci sono capolavori dell’antichità (chissà in quale stato di conservazione) come gli affreschi, risalenti alla fine del IV secolo a.C., staccati dalla tomba Francoi di Vulci, il rilievo di Antinoo dalla villa Adriana, la collezione di statue antiche un tempo al palazzo della Lungara (sono 625!), l’Hestia Giustiniani, una galleria di cento ritratti in marmo, un bassorilievo del porto di Ostia e interi bacini di fontane, tutti catalogati nel 1884 da Carlo Ludovico Visconti.
Tra i dipinti vi sono (conservate?) l’affresco del Parnaso di Anton Raphael Mengs (amico di Casanova) opere di Tintoretto, Giulio Romano, Guercino, Vanvitelli, Perugino, Pannin.
Nel 1868 la Villa, con la collezione, fu venduta ai Torlonia ed è ancora oggi loro. I Torlonia sono un “generone” romano che discende da un capostipite, tale Marin Tourlonias, che, lungi dal versare sangue sui campi di battaglia, era il cameriere del Cardinale Troiano Acquaviva D’Aragona. Beccatasi l’eredità del cardinale, il cameriere miracolato buttò scopa, strofinaccio e livrea e aprì una bottega di tessuti e di prestiti (chissà a quali condizioni?).

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